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Santi e beati

Beato Alojzije Stepinac




Infanzia e gioventù
Alojzije Stepinac, quinto di otto figli nati nella pia e operosa famiglia di Josip e Barbara, nata Penić, nacque l'8 maggio 1898 nel villaggio di Brezarić appartenente alla parrocchia di Krašić, a cinquanta chilometri da Zagabria. Fu battezzato il giorno seguente con il nome Alojzije Viktor.

Egli terminò la scuola elementare a Krašić, e dal 1909, come allievo dell'Orfanotrofio arcidiocesano, frequentò liceo classico della Città Alta a Zagabria. Dopo la sesta classe s’iscrisse come candidato al sacerdozio.

Superò l'esame di maturità il 28 giugno 1916 in una sessione scolastica abbreviata, dopo di che fu mobilitato nell'esercito austriaco. Dopo avere frequentato l'Accademia militare per ufficiali a Fiume di durata di sei mesi, fu inviato sul fronte italiano nei pressi di Gorizia.

Nel corso delle battaglie sul fiume Piave nel luglio 1918, egli fu fatto prigioniero da parte degli italiani, da dove fu liberato nel dicembre 1918 come volontario per il fronte di Salonicco. Nella primavera del 1919 fu smobilitato.

Ordinazione sacerdotale
Nell'autunno del 1919 s’iscrisse alla Facoltà di agronomia dell'Università di Zagabria, tuttavia presto lasciò gli studi per dedicarsi all'agricoltura nel villaggio natale. Nello stesso tempo fu attivo tra la gioventù cattolica. Vi fu un periodo in cui, assecondando il desiderio del padre, pensò di sposarsi.

Nell'estate del 1924 alla fine si decise per il sacerdozio. Nell'autunno dello stesso anno l'arcivescovo Antun Bauer lo inviò al Collegio Germanicum-Hungaricum di Roma, e dal 1924 al 1931 frequentò la Pontificia Università Gregoriana.

Fu ordinato sacerdote il 26 ottobre 1930 a Roma. Celebrò la Prima Messa di novello sacerdote nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Accanto a lui vi era il suo confratello più giovane, suo successore alla cattedra dell'Arcidiocesi di Zagabria nonché futuro Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Franjo Šeper.

Nel luglio 1931 tornò in patria con una sua doppia laurea in filosofia e teologia. Nella Jugoslavia di allora vi era una dittatura militare, la quale cercava in modo particolare di indebolire la Chiesa cattolica.

Svolse il servizio di cerimoniere presso il palazzo arcivescovile. Per breve tempo fu amministratore parrocchiale in alcune parrocchie al fine di risolvere i conflitti esistenti tra i fedeli e i sacerdoti. Nel tempo libero si dedicava all'impegno caritativo, e il 23 novembre 1931 l'arcivescovo Bauer, su sua iniziativa, fondò la Caritas arcidiocesana.

Il vescovo più giovane
Il 28 maggio 1934 papa Pio XI lo nominò arcivescovo coadiutore con diritto di successione. Fu, in quel tempo, il vescovo più giovane del mondo, con i suoi trentasei anni e neppure quattro anni di sacerdozio. Il giorno della solennità di San Giovanni Battista, il 24 giugno 1934, fu ordinato vescovo nella cattedrale di Zagabria. L'arcivescovo lo inserì subito nell'intensa azione pastorale della vasta arcidiocesi.

Dopo la morte dell'arcivescovo Bauer, avvenuta il 7 dicembre 1937, egli assunse la guida diretta dell'Arcidiocesi di Zagabria, e presto anche la presidenza della Conferenza episcopale jugoslava.

Come pastore della Chiesa di Zagabria, egli cercava di incontrarsi direttamente con il clero e i fedeli di tutta l'arcidiocesi. Promosse un rinnovamento spirituale completo, soprattutto la devozione eucaristica e quella mariana. Gli stava a cuore specialmente la pastorale della famiglia e dei giovani, e incoraggiò una partecipazione sempre più intensa dei fedeli laici all'Azione cattolica.

S’impegnò per lo sviluppo di una buona stampa cattolica (avviò la pubblicazione del giornale cattolico Hrvatski Glas - La voce croata). Spinse per la pubblicazione di una nuova traduzione completa della Sacra Scrittura, e fondò molte nuove parrocchie, quattordici nella sola Zagabria. Ovunque incluse nella pastorale diretta quasi tutti gli ordini e le congregazioni.

A Brezovica fondò il primo Carmelo in Croazia. Con tutti i vescovi croati s’impegnò per la pianificazione della celebrazione del milletrecentesimo anniversario dei rapporti dei croati con la Santa Sede (641-1941), cosa che fu rinviata a causa della guerra, e che fu poi celebrata a Marija Bistrica nel 1984.


Il vortice della guerra
Durante la Seconda Guerra mondiale, dopo l'occupazione tedesca della Jugoslavia fu costituito lo Stato Indipendente di Croazia appoggiato dalle potenze dell'Asse. In quel periodo Stepinac non si legò ad alcun partito o movimento politico. Coerente al suo amore per la Patria, e soprattutto fedele alla sua missione pastorale, in tutta libertà e intrepidezza condannò pubblicamente le persecuzioni razziali, ideologiche e politiche. Esigette coraggiosamente il rispetto verso ogni persona, indipendentemente da razza, nazionalità, fede, sesso o età anche nei suoi interventi pubblici e nelle moltissime lettere. Fedele al Vangelo, condannò instancabilmente i crimini contro l'umanità e tutte le altre ingiustizie. Già nell'aprile 1941, subito dopo l'approvazione delle leggi razziste inviò una durissima protesta alle autorità. Salvò dalla persecuzione ebrei, serbi, zingari, sloveni, polacchi e anche comunisti croati.

Già nei primi mesi dopo la fondazione dello stato indipendente croato, intervenne con urgenza affermando che «secondo la morale cattolica, non è mai permesso uccidere un ostaggio per crimini commessi da altri». E il 25 ottobre 1942 affermò nella cattedrale di Zagabria: «Ogni popolo e ogni razza, così come oggi si manifesta sulla Terra, ha il diritto a una vita umana dignitosa e a un trattamento umano dignitoso.

Tutti, senza distinzione, appartengano essi alla razza zingara o a un’altra, siano neri o europei raffinati, siano ebrei malvisti o ariani superbi, tutti hanno lo stesso diritto a dire: «Padre Nostro che sei nei cieli». E dal momento che Dio ha dato a tutti gli uomini tale diritto, quale potenza umana può negarlo?». Fu contrario alle conversioni forzate da una religione all'altra, e qualora non si poteva impedire che questo accadesse, istruì confidenzialmente il clero di accettare senza alcuna condizione chiunque chiedesse di entrare nella Chiesa cattolica per salvare la propria vita, giacché, disse, «quando finirà questo tempo di follia e di barbarie, resteranno nella nostra Chiesa quanti si saranno convertiti per convinzione, mentre gli altri, quando il pericolo sarà passato, torneranno nella loro comunità».

Poveri e profughi da tutte le parti si affidavano a lui. Ricevette circa trecento sacerdoti cacciati dalla Slovenia. La sua Caritas aiutò non solo i croati in pericolo, ma anche tutti gli altri: serbi, ebrei, sloveni, polacchi ecc. Per tutto questo, e soprattutto per la condanna delle persecuzioni fasciste e naziste, diventò una persona sgradita alle autorità. La Gestapo di Hitler preparò un piano per ucciderlo, e il governo chiese più volte alla Santa Sede di trasferirlo dalla sede episcopale di Zagabria.


Gli attacchi comunisti
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale in Croazia, come in tutta la Jugoslavia, il potere fu preso dal Partito Comunista, impregnato dall'ideologia bolscevica, e caratterizzato da un ateismo militante. Già il 17 maggio 1945 l'arcivescovo Stepinac fu arrestato e rimase in prigione fino al 3 giugno. Già il giorno dopo, il 4 giugno, Tito in persona a Zagabria lo invitò a un colloquio.

Da questo colloquio, e soprattutto dall'incontro che Tito aveva avuto due giorni prima con i rappresentanti del clero cattolico di Zagabria, apparve chiaro che il nuovo regime voleva una “Chiesa popolare“ indipendente dalla Santa Sede. Per Stepinac ciò significava toccare il cuore dell'unità cattolica. Presto fu evidente che era in corso una forte persecuzione della Chiesa che si accanì non solo sui vescovi e i sacerdoti, ma anche sui fedeli.

Si mise in moto una campagna di stampa contro la Chiesa mai vista prima, particolarmente contro l'arcivescovo Stepinac, che sarebbe durata, con intensità variabile, fino alla storica caduta del comunismo dalla scena politica europea.

Nel settembre 1945, Stepinac convocò la Conferenza episcopale per discutere di questa nuova situazione. Il 22 settembre i vescovi pubblicarono una lettera pastorale, che in modo documentato e coraggioso, presentava tutti i fatti di violenza e di ingiustizia compiuti dalle nuove autorità durante e dopo la guerra, contro la fede e la Chiesa, ma anche contro la libertà di coscienza dei suoi cittadini.

Seguì un'altra persecuzione, ancora più violenta, concentrata sull'arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac. Tutto iniziò con attacchi veri e propri, come il lancio di pietre contro di lui a Zaprešić, vicino a Zagabria, il 4 novembre  1945. Quale conseguenza, l'arcivescovo fu costretto a non fare più uscite pubbliche per svolgere la propria azione pastorale. Nel gennaio 1946 il governo chiese alla Santa Sede, tramite il Nunzio Hurley, che l'arcivescovo di Zagabria fosse rimosso dal servizio di arcivescovo di Zagabria.

Processo montato
Dopo insulti e attacchi sempre più feroci sulla sua persona, egli fu nuovamente arrestato il 18 settembre 1946, mentre il 30 settembre fu sottoposto a un processo politico montato. E’ passato alla storia il suo discorso dinanzi al tribunale del 3 ottobre, che non fu solo una difesa, bensì un atto di accusa contro un tribunale ingiusto, nonché la confessione delle cose sante per le quali egli era pronto anche a dare la propria vita.

Sulla base di dichiarazioni ottenute con il ricatto e di testimonianze false, e perfino di documenti falsificati, l'11 ottobre  1946 egli fu condannato, pur essendo innocente, alla pena di sedici anni di reclusione ai lavori forzati, e a ulteriori cinque anni di perdita dei diritti civili.

Il 19 ottobre 1946 fu trasportato alla Casa di punizione e correzione di Lepoglava, affinché espiasse la pena comminatagli, dove rimase fino al 5 dicembre 1951. Gli fu permesso di celebrare la Messa e di leggere libri teologici, tuttavia fu tenuto nell’isolamento più assoluto, esposto a costati umiliazioni e stress, e con molta probabilità anche all’avvelenamento, fatto che contribuì in modo determinante al deterioramento del suo stato di salute. Secondo i testimoni al processo di beatificazione, egli era nella lista dei prigionieri destinati a essere liquidati.

Dopo milleottocentosessantaquattro giorni trascorsi nella prigione di Lepoglava, il 5 dicembre 1951 fu trasferito al confino nel paese natale di Krašić, affinché vi espiasse il resto della pena. Durante la detenzione, il 12 gennaio 1953 papa Pio XII lo nominò cardinale, fatto a seguito del quale le autorità jugoslave interruppero i rapporti diplomatici con la Santa Sede. Egli non poté recarsi a Roma per ricevere la porpora cardinalizia, e dopo la morte di Pio XII neppure al Conclave, poiché non era sicuro di potere tornare in Patria, ed egli voleva, a ogni costo, rimanere accanto al suo popolo.


Detenzione e morte
Durante la detenzione, completamente isolato per tutto il tempo, egli sviluppò l’apostolato della scrittura. Scrisse migliaia di pagine di omelie e di altri testi di argomento spirituale. Invio più di cinquemila lettere a molti vescovi, sacerdoti e fedeli, delle quali sono conservate circa settecento. Nelle lettere, come uomo di fede viva, di speranza incrollabile e di completo abbandono a Dio, incoraggiò, consolò e spronò i mittenti delle lettere, soprattutto alla perseveranza nella fede e nell’unità della Chiesa.

In queste lettere, così come durante il processo e per tutto il periodo di detenzione, egli mostrò un sincero amore anche verso le persone che lo avevano perseguitato e accusato ingiustamente.

La preghiera per i nemici e il perdono a tutti furono un tema costante delle sue dichiarazioni, delle sue lettere e dei suoi tre testamenti.

Dalla primavera del 1953 si manifestarono patologie maligne già contratte durante il periodo trascorso a Lepoglava, quali la policitemia rubra vera, una trombosi alla gamba e catarro bronchiale. Sebbene i medici, pur controllati dal regime, facessero tutto ciò che era possibile, sarebbe stata necessaria una cura ospedaliera sistematica. Egli rifiutò ogni privilegio collegato alla cura, e potesse suggerire l’interpretazione che si era piegato dinanzi ai giudici ingiusti e al regime, e in questo modo far vacillare il clero e i fedeli nella resistenza di fede. In questo modo, i dolori sempre più forti diventarono parte della sua vita di prigioniero, che egli, tuttavia, sopportò pazientemente fino alla morte.

Egli morì santamente il 10 febbraio 1960 mentre era ancora in corso l’espiazione della pena. Morì nella condizione che, nel gergo del martirio, si chiama “ex aerumnis carceris“ - per “le sofferenze del carcere” -, pregando per i persecutori e con le parole del Signore sulle labbra: «Padre, sia fatta la Tua volontà».

Il popolo di Dio riconobbe e onorò la sua vita virtuosa e la morte di martirio, venerandolo già durante la sua vita, e soprattutto dopo la sua morte, nonostante i divieti e le persecuzioni comuniste. Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificato a Marija Bistrica il 3 ottobre 1998. Dietro all’altare maggiore della cattedrale di Zagabria, dove si trovano i sepolcri degli arcivescovi di Zagabria, sono conservati anche i resti mortali del beato Stepinac.

Fiori, candele, targhe di grazie ricevute e di preghiera esaudita per intercessione del beato Stepinac decorano senza sosta quel luogo meraviglioso, poiché i pellegrini hanno riconosciuto in lui un intercessore personale e dell’intero popolo croato.

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