Omelia del Cardinale Bozanić nella celebrazione della Festa dei Santi Cirillo e Metodio - Roma

17.02.2019

Cardinale Josip Bozanić
Arcivescovo Metropolita di Zagreb
 
Omelia
nella celebrazione della
Festa dei Santi Cirillo e Metodio, Compatroni d'Europa
Roma, Basilica di San Clemente
14 febbraio 2019
 
 
    Is 52, 7-10; Ef 3, 14-19; Mc 16, 15-20
 
 
Venerati fratelli nell'Episcopato e nel Presbiterato,
Illustri Signori Ambasciatori,
Care religiose e seminaristi,
Sorelle e fratelli in Cristo!
 
1. Il Vangelo ci insegna sempre la sua regola preziosa, che potrebbe essere espressa brevemente in questo modo: Quello che sembra stia per chiudersi, apre ad un nuovo inizio. Lo fa in modo eminente il Vangelo appena proclamato. Infatti, si tratta dell’ultima parte del Vangelo di Marco, che racconta l’apparizione di Gesù dopo la Risurrezione e immediatamente prima dell’Ascensione al cielo.

Nella cornice della Risurrezione e dell’Ascensione viene assegnata agli Apostoli la missione. La radice, sia della Chiesa sia del servizio dell’annuncio non si trova in argomenti umani e terreni. Essa indica il piano di Dio, che nel suo amore ha creato il mondo e dato il Figlio Unigenito per introdurci nel Regno dei cieli.

Proprio qui a Roma non possiamo smettere di meravigliarci delle opere compiute per mezzo dello Spirito Santo. Egli ha ispirato la Sacra Scrittura e la rende Parola viva negli uomini e nelle donne della Chiesa. Anche oggi muove i cristiani ad offrire la loro vita per il prossimo.

È la stessa Buona Novella che hanno ascoltato i Santi Cirillo e Metodio, prima della loro missione. In questa i Santi Fratelli Greci hanno reso attuali le parole del profeta Isaia che ci fanno pregustare la bellezza di essere costruttori del Regno di Dio e annunciatori del lieto messaggio che il Signore è venuto a rivelarci con la sua stessa vita. Cari fratelli e sorelle, pensiamo ai piedi dei Santi Apostoli Cirillo e Metodio che hanno portato il Lieto Annunzio ai nostri popoli slavi.
 
2. Proprio questo brano di Isaia nella nostra liturgia viene annunciato nel giorno di Natale, per esprimere la gioia incontenibile a causa della venuta della Parola di Dio Incarnata. In esso si trova un ovvio riferimento alla situazione vissuta dal popolo eletto dopo l’esilio babilonese. Dall’esperienza di crollo di tutte le promesse di Dio, nel popolo rivivono di nuovo le speranze, mentre appare vicina la liberazione e il ritorno, prima di tutto il ritorno di Dio in mezzo a lui. Dopo l’umiliazione, il popolo eletto sperimenta la certezza di essere accolto, accompagnato e guidato verso la salvezza.

Per questo sono dolci e preziosi i piedi del messaggero che porta la pace. Sono i piedi consumati dalla fatica e dal viaggio. Sono i piedi del popolo che vide realizzarsi il mistero ineffabile. Sono i piedi di Giuseppe e Maria, dei pastori, della moltitudine che cercava Gesù. Sono i piedi di Gesù, umani e fragili, che hanno lasciato le tracce sulle strade della Palestina, ma soprattutto nei cuori della gente. Sono i piedi che il peccato e la violenza hanno voluto fermare sulla croce e nel sepolcro. Sono i piedi del Risorto che dona la pace, Egli che è la Via, la Verità e la Vita.

Sono i piedi del Risorto con i quali cammina la Chiesa in ogni epoca, inginocchiandosi davanti al Padre e con i quali la Chiesa porta ad ogni creatura la carità del Signore, la libertà dello Spirito Santo e la comunione con Dio.
 
3. La chiamata di Gesù agli Undici, così ambiziosa e così impegnativa, a cui hanno risposto anche i Santi Cirillo e Metodio, ha formato l’identità e la spiritualità di interi popoli e tramite loro di una parte del continente europeo. Questi due Santi manifestano quanta forza è presente nella fede nella Risurrezione e nella misericordia di Gesù in ogni luogo e in ogni epoca, quando i progetti di Dio sono affidati alla pochezza umana. Il loro lavoro è espressione di una Chiesa, che sa incarnarsi nelle culture senza farsi rinchiudere in esse.

Tale proclamazione è riconosciuta efficace perché genera fede e questa fede, divulgata a sua volta, genera azioni. Le azioni di liberazione espresse nel Vangelo appartengono al linguaggio di quel tempo, capaci di raggiungere con il loro contenuto tutti i tempi.

Così anche noi oggi viviamo esperienze di alienazioni di vario genere che risiedono in ogni uomo. A queste si riferiscono le azioni dello scacciare i demoni. Quanto bisogno abbiamo di parlare lingue nuove, provenienti dall’amore, che riescono ad attingere ai processi comunicativi profondi!

Siamo attaccati e minacciati dai ‘serpenti’ e dal ‘veleno’ che danneggiano la vita togliendone la vera gioia, specialmente privandola di prospettive e rinchiudendola in contesti non aperti all’orizzonte dell’eternità. La parola di Dio è necessaria per sanare, per portare guarigione, oltre quella fisica, soprattutto quella esistenziale e sociale, per cui Gesù manda i suoi a imporre le mani.
 
4. I nostri due Apostoli hanno sentito il Signore presente nella loro missione e si sono appoggiati alla verità per cui cercavano di fare tutto nel nome di Gesù e cooperando con la sua grazia. Come gli Undici, anche loro erano consapevoli che la fede è difficile. Ma questo non li ha fermati, hanno recato servizio alla Parola, sono stati testimoni di ciò che la Parola, attraverso di loro, era capace di fare.

Oggi possiamo ammirare tanti prodigi del tesoro in vasi di creta (cfr. 2Cor 4, 7). Il vero prodigio avviene laddove una comunità ascolta e crede nell’efficacia della Parola a partire dalla propria precarietà. Questo è un segno anche per noi oggi, davanti alle domande che ci poniamo all’interno dell’Europa, che sembra incapace di comprendere se stessa nella propria cristianità.

In tale senso la basilica di San Clemente, con la sua struttura architettonica unica e specifica, che porta in sé gli strati, i livelli del passato e della storia, risulta significativa per tornare alle radici e non aver paura di scoprire le supposizioni talvolta imbarazzanti nel nostro passato. In questo luogo siamo invitati a chiedere allo Spirito di saper costruire il nostro strato nella cooperazione con il Signore.
 
5. Cari fratelli e sorelle, quanto i Santi Cirillo e Metodio hanno fatto con la possibilità della lingua parlata nella Liturgia, era un grande tentativo di rendere il Culto più compressibile e praticabile. Da questo punto di vista culto e cultura stanno in un rapporto naturale. Cultura è anche ethos ed etica, e anche realtà popolare e intrecci di relazioni vissute dentro la realtà popolare.

I Santi Fratelli hanno predicato la Parola di Dio per togliere le alienazioni, per collegare la lingua della cultura con la lingua della carità evangelica, per riconoscere i veleni che conducono alla morte dei singoli e di interi popoli, per guarire le ferite e le infermità che indeboliscono la luce dello sguardo verso il futuro.

Preghiamo anche in questa celebrazione eucaristica per suddette intenzioni. Riconosciamo che i vivi rapporti tra il Vangelo e la cultura possono rispondere ai grandi bisogni e pure alle possibilità dell’Europa.

Consci che la cultura rimane la chiave per interpretare la realtà, sperimentiamo oggi i fenomeni del cosiddetto multiculturalismo, cioè la coesistenza di diverse culture l’una accanto all’altra. Sentiamo il bisogno del dialogo e dell'incontro, proprio della nostra cultura, formata sul principio dell'Incarnazione e della Risurrezione e chiamata all’inculturazione. Il veleno che distrugge quest'incontro è l’indifferentismo, che non vuole le domande e le risposte sul senso ultimo. Queste domande e risposte sul senso ultimo infatti non chiudono, ma aprono; non portano a vivere nella paura, ma colgono la libertà.

In questo senso abbiamo la necessità di ritrovare la memoria. Invece rischiamo di abbandonarci al vuoto, non trovando i punti di riferimento, non riuscendo a costruire sui valori, nemmeno su quelli che sembravano ovvi, come la dignità della persona. Rischiamo di essere sempre di più esposti ad ambienti contrari alla bellezza evangelica, pieni di distruzione, ingiustizie, volgarità di vario tipo.
 
6. I Santi Cirillo e Metodio sono attuali anche riguardo le vie aperte per il dialogo, non solo immediato, ma quello a lunghi termini, progettato, curato con pazienza, sempre tenendo fissi i valori. Non si tratta di linguaggio creato per ingannare, per prevalere, per dire e non dire, ma di un linguaggio che scopre, che esprime, che rallegra e ridona la speranza.

Riuniti in profonda comunione con il nostro Santo Padre, papa Francesco, chiediamo l’intercessione dei nostri Santi Protettori, mentre invochiamo l’accompagnamento dello Spirito che ci dà e ci fa Corpo del Signore per continuare il cammino come annunciatori della salvezza.
Amen.